Gen 13 2008
diserzione news
Java e GI Joe: Un nuovo movimento di “coffeehouse”?
Tod Ensign
Uno delle conquiste più importanti del movimento contro la guerra in Vietnam fu la creazione di una rete di consulenza per i dissidenti tra i soldati semplici, i “GI”, basata sulle “coffeehouse”, che erano un incrocio tra caffetteria e centro socio-politico autogestito. La prima “coffeehouse” è stata inaugurata nei pressi della base militare di Fort Jackson, nella Carolina del Nord, nella seconda parte del 1967, due anni e mezzo dopo che le truppe statunitensi invasero il Vietnam. Nell’arco di tempo di poche settimane, centinaia di soldati semplici la frequenteranno durante le ore di licenza. Nel corso dell’anno successivo, vari progetti simili nacquero alle porte di 20 altre basi militari importanti.
Questi progetti incarnarono lo spirito della “cultura alternativa”, simbolo dell’epoca, in quanto il spesso-citato “sesso, droga e rock e roll” viaggiava in parallelo con un forte messaggio di opposizione alla guerra. Attivisti civili, in gran parte reclutati dal movimento contro la guerra, lavoravano al fianco di soldati in servizio, molti dei quali appena tornati dal Vietnam. In alcune di queste “coffeehouse”, erano gli stessi soldati a svolgere il ruolo di guida, definendo gli obiettivi politici, fornendo i servizi di consulenza e scrivendo e stampando il giornale contro la guerra che rappresentava la chiave di volta di ogni progetto del genere.
Ora attivisti contro la guerra stanno discutendo come si possa coinvolgere più attivamente i soldati in servizio nella lotta contro la guerra. Un sondaggio condotto tra i militari impegnati in Iraq, per il giornale “Stars and Stripes”, ha riferito a marzo del 2006 che il 72% di quelli intervistati volevano il loro ritiro entro un anno, e tra di essi il 29% erano a favore di un ritiro effettivo immediatamente.
Si è svolto recentemente un incontro tra attivisti di “Citizen Soldier”, un gruppo di consulenza e sostegno per i diritti dei soldati (www.citizen-soldier.org) e veterani e militari contro la guerra, a Fayetteville, Carolina del Nord, cioè il paese che ospita la base di Fort Bragg, dove sono di stanza 40.000 soldati di combattimento. Le persone riunitesi per l’incontro hanno discusso le prospettive per la fondazione di un progetto di “coffeehouse” e consulenza nei pressi della base, che è la più grande nella parte orientale degli Stati Uniti. La speranza dei presenti era che la riuscita di un progetto pilota a Fort Bragg possa stimolare la creazione di tentativi simili vicini ad altre basi della stessa importanza.
Si sono rivelati enormi cambiamenti sia nelle forze armate sia nella società americana dall’epoca della guerra in Vietnam. Primi fra tutti è la trasformazione delle stesse da una forza profondamente segnata dalla leva obbligatoria in un’istituzione composta interamente da “volontari”. Tale trasformazione ha reso le forze armate molto meno socialmente rappresentative degli USA. Uno dei fattori che ha motivato i sostenitori della ristrutturazione delle forze armate sul principio volontario nella loro proposta di abbandonare l’obbligo della leva è stato il credo che la stessa esistenza della leva sia stata all’origine di molto dell’opposizione alla guerra, in particolare tra i giovani. E infatti quando si fa il paragone tra la portata e l’intensità dell’attuale movimento contro la guerra in Iraq e quella all’epoca dell’occupazione del Vietnam, una tale analisi sembra cogliere la verità.
La transizione a una forza di volontari ha avuto due altre conseguenze significative. In primo luogo, le donne sono state integrate in gran parte dei mestieri militari, tranne quelle della fanteria e i reparti corazzati. Oggi giorno, un soldato su sei è donna, tranne nel Corpo dei Marines. In secondo luogo, la diminuzione numerica delle forze in servizio attivo, che si è resa necessaria una volta stabilita un regime di stipendi alla pari con altri settori dell’economia, ha creato una situazione in ricade un peso molto maggiore sulle spalle dei riservisti e delle truppe della guardia nazionale quando le forze armate vengono impiegate in combattimento. Oggi giorno uno su tre dei soldati in servizio in Iraq è riservista. Tali soldati sono più anziani, hanno obblighi familiari e sono meno abituati ai rigori della vita militari.
I suddetti cambiamenti demografici devono essere posti al cuore di qualsiasi discussione sul modo in cui un progetto “coffeehouse” possa attirare la partecipazione attiva di militari. Durante la guerra in Vietnam, lo stipendio medio di un soldato di basso rango non superava i $300 al mese. Tali soldati erano alloggiati i caserme austere e pranzavano e cenavano in mense poco accoglienti. Condizioni di questo genere facevano sì che una “coffeehouse” al di fuori della base era molto attraente nelle ore in cui quei militari non erano in servizio, in quanto rappresentava un rifugio dalla monotonia della “macchina verde” e i suoi routine opprimenti.
Oggi invece, la metà dei soldati sono sposati e molti di essi hanno figli. La qualità relativamente buona del loro stipendio e i benefici associati permettono agli stessi militari di acquistare macchine e furgoni costosi e molti possono permettersi di mangiare in ristoranti dove si mangia meglio che nella mensa ma si paga di più. Per fare fronte ai notevoli problemi riscontrati nel reclutamento e il mantenimento dei livelli numerici degli effettivi nelle forze armate, il Pentagono ormai offre una serie di bonus sostanziosi che vanno da $10.000 a $40.000, spalmati sull’arco della durata dell’arruolamento. Le truppe speciali della “Delta Force” ricevono fino a $100.000 in più se consentono di mettere la firma per un altro periodo di servizio. (Una nota a coloro che credono i problemi con il reclutamento possano portare al ripristino della leva obbligatoria: il Pentagono si è dimostrato disponibile a pagare qualunque cifra necessaria per indurre (corrompere?) i giovani meno abbienti ad occupare i posti tra le truppe di combattimento.
Una dei motivi perché i soldati erano attratti alla “coffeehouse” all’epoca della guerra in Vietnam consisteva nell’identificazione di tali luoghi con i cambiamenti della “cultura alternativa” che si stavano diffondendo in tutti gli Stati Uniti all’epoca. L’armamentario psichedelico e il consumo delle droghe hanno dato ossigeno all’antiautoritarismo immanente tra i soldati, il quale a suo turno ha scatenato una sfida a tutte le forme di autorità, tra cui la moralità sessuale, i ruoli di genere, le abitudini sociali, e la gerarchia di commando tanto vantata dalle forze armate. Una delle rivendicazioni centrali della “American Servicemen’s Union” (in inglese il sindacato dei militari americani) pretendeva la fine del “siring and saluting” ossia l’uso ripetitivo dell’appellativo ‘signore!’ e del saluto formale. Tutto ciò vuol dire che l’attività contro la guerra in senso esplicito, nonostante la sua importanza, rappresentasse soltanto uno fra tante delle priorità nell’attività delle “coffeehouse”.
Oggi giorno la cultura popolare è molto più difficilmente definibile, e fonda insieme molte influenze diverse: rap, punk, heavy metal, dark, hippy, rock e roll, e perfino il country e western. Lo stile di vita vigente tra i giovani è molto più variegato, in quanto coesistono coppie apertamente omosessuali (tranne in una base militare!) e coppie di fidanzati “super-etero” che vantano il loro rifiuto delle relazioni sessuali al di fuori del matrimonio.
Gli organizzatori presenti alla riunione a Fayetteville sono perciò giunti alla conclusione che la buona riuscita di un progetto “coffeehouse” e di consulenza tra numeri significativi di soldati dipende dalla presenza di accesso internet, buon caffè latte, e un parcheggio gratuito. Oggi, come sempre, molti soldati cercano lo sviluppo intellettuale, culturale e politico. Un “coffeehouse” che offre un insieme di libreria alternativa e una scelta vivace e gratuita di spettacoli musicali, comici e poetici (aggiunti a discorsi politici distribuiti equamente tra le altre attività), rappresenta una realtà che possa diventare molto popolare con una minoranza significativa di soldati.
Però rimangono alcune domande: Chi oggi si candiderebbe a finanziare il costo non solo di uno, ma forse di una dozzina di progetti del genere? È chiaro che si possa pensare che i soldati stessi forniscono almeno una parte del bilancio. Durante la guerra in Vietnam, il “United Servicemen’s Support Fund” ha generato somme notevoli, le quali ha distribuito ai progetti locali per aiutare con il pagamento dell’affitto e degli stipendi dei volontari. Oggi non esiste niente come quell’USSF, ma ce ne sarà bisogno se si vuole che crescono progetto del genere. Sono stati già fatti alcuni primi passi importanti, ma rimane ancora molto da fare.
